Il club dei suicidi

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Albert Borris
 

Owen, Jin-Ae, Frank, Audrey.
Quattro adolescenti si incontrano in chat, si riconoscono simili, trovano negli altri la famiglia che manca loro – per indifferenza, per contrasti, per violenza, per assenza.  Parlano della loro vita. E della loro morte: delle loro morti, cercate, desiderate, provate, sperimentate, mancate. Finora.
 
Perché tutti e quattro non vogliono vivere; non ne ahnno motivo. La rabbia, la trstezza, la fatica, la solitudine li schiaccia, e solo nella compagnia degli altri tre e nel pensiero della fie trovano un conforto: nell’idea di un viaggio insieme verso la morte trovano un motivo per vivere, almeno fino a quando il pellegrinaggio sulle tombe di suicidi famosi non sarà terminato, e la Death Valley non si allargherà davanti a loro, pronta ad accoglierli.
Se loro ancora vorranno, se la lista dei dieci migliori modi per morire non sarà stata sostituita dalla lista delle dieci cose per vivere, se le lacrime, le risate, la pioggia, le litigate, il vento non avranno fatto turbinare i loro animi fino a cambiarli del tutto.
Perché i Suicide Dogs sono un branco, e il branco è un motivo per vivere, molto più che un motivo per morire.
 
Albert Borris lavora presso un pronto soccorso telefonico per aspiranti suicidi, e si vede: si vede nella profondità dei personaggi, nelle sfaccettature delle loro storie, simili eppure diverse, e nella sincerità piena di compassione con cui tratta il vuoto che li divora dentro: un vuoto che, come tutti i vuoti, aspetta solo di essere riempito
C’è speranza per i Dogs, perché si sono trovati; c’è speranza, perché si sono capiti.

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