The hunger games

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Suzanne Collins

Lo ammetto: ero restia a iniziare The hunger games. Mi sembrava, a orecchio, troppo simile a Battle Royale, che con tutti i suoi difetti è un romanzo che mi ha dato molto; e mi disturbava la fama di romanzo super pompato in America, un must read, absolutely!

Di solito, quando prendo in mano romanzi del genere, casco: nel senso che inciampo in robaccia illeggibile, atterrando di muso e sbucciandomi tutto quello che è letterariamente sbucciabile.

 

Invece mi mangio le mani per non esserci approdata prima.

L’intera trilogia (fatta fuori in una settimana – e di mezzo ho avuto un viaggio…) mi è piaciuto come raramente prima (e mai negli ultimi tempi) un YA: scritta benissimo, ricca di colpi di scena, con personaggi assolutamente credibili e un’ambientazione definita nei minimi dettagli.

 

E con un’impostazione di base completamente diversa da Battle Royale, nonostante le apparenti somiglianze.

La storia è nota (o no?): Katniss, sedicenne che abita del Distretto 12, si torva a partecipare agli annuali Hunger Games per salvare la vita alla sorellina, Prim.

Perché negli Hunger Games si uccide o si viene uccisi, sotto gli occhi entusiasti delle popolazione della Capitol, e quelli angosciati e sottomessi degli abitanti dei dodici Distretti, costretti a sacrificare ogni anno due dei loro figli che combattano all’ultimo sangue contro gli altri ragazzi e fra di loro, perché solo uno può essere il vincitore.

A ricordo della ribellione che tre quarti di secolo fa li ha contrapposti alla Capitol, e che hanno perso: il sacrificio degli Ateniesi al Minotauro.

I Distretti vivono nella povertà, nella malattia, nella paura; la Capitol nell’abbondanza sciocca e incosciente di chi non conosce pena, di chi non vede i nomi dei propri figli nell’urna da cui possono essere estratti per morire, di chi vive i Games come uno spettacolo, abilmente diretto, per intrattenerli: panem et circenses, hanno pensato i primi governatori del nuovo mondo: Panem, appunto.

Ma Katniss e Peeta, il suo compagno/rivale, e Haymitch, il loro mentore, precedente vincitore dei Games e sincero ammiratore dell’ubriachezza che lo sottrae ai suoi incubi, sono una miscela esplosiva: e che la ragazza lo voglia o no, è destinata a  rivoluzionare i Games di quell’anno,e  a gettare le basi di una nuova era.

 

Ho solo da dire: se l’avete perso, recuperatelo; se come me siete diffidenti, gettare al vento le ritrosie; se avete amato Battle Royale, prendetelo al volo: ma non eprchè siano simili, ma perché sono intimamente diversi., e ve lo godrete di più per quello.

 

BR analizzava la violenza, irragionevole e immotivata: la classe viene scelta a caso, ma nessuno sa dove i ragazzi vengano portati, nessuno se non gli addetti ne segue le vicende; e in Battle Royale la violenza la devi esercitare contro chi conosci, amici e fidanzati, compagni con cui hai diviso la merenda fino al giorno prima.

 

The Hunger Games è sui mezzi di comunicazione, e sul dominio delle masse tramite lo spettacolo: ogni singolo aspetto dei Games viene calcolato, i ragazzi diventano figure popolari, vengono intervistati, truccati, vestiti, manipolati: strumenti per i circenses, lo spettacolo continuo che va in onda per domare o intrattenere. E’ sì una riflessione sull’assuefazione alla violenza, ma lo è soprattutto sulle possibilità dei mezzi di comunicazione, sul potere dei media.

 

Ed entrambi i romanzi fanno benissimo il loro lavoro.

Per inciso, Suzanne Collins scrive meglio, ma mi ha inquietato di più, nonostante sia un romanzo tecnicamente meno buono, la cieca, stupida violenza della Battle Royale: nemmeno lo scopo di impaurire e dominare sottostà infatti alla decisione di tenerla. Semplicemente non ha senso.

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