Intervista a… Bianca Pitzorno

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Intervista per Bianca Pitzorno

Innanzitutto, un ringraziamento: A Vocedelsilenzio, Chagall e  Livia, che hanno permesso alle celebrazioni pitzorniane di agosto e settembre di concludersi (un po’ in ritardo, ma accordateci i tempi tecnici di lavorazione!) davvero in bellezza, ossia con un’intervista a Bianca Pitzorno stessa.

E un ringraziamento è dovuto a tutti i lettori di YA e Dintorni, per aver reso tanto meravigliosa questa esperienza con letture, scambi, recensioni, post e discussioni! ❤

Sara: Qualche anno fa, partecipando al riordino dell’archivio storico della Camera di commercio di Sassari, mi era capitato per le mani un ritaglio di giornale in cui si annunciava che la studentessa Bianca Pitzorno dell’Azuni, aveva vinto un premio letterario. Come è iniziata la sua carriera di narratrice?
Bianca Pitzorno: Penso che fosse il 1961, anno in cui feci la maturità. Come tutti gli anni durante l’inverno ci avevano dato, a tutte le terze, da svolgere un tema su ‘L’Europa Unita’. Io avevo sostenuto una tesi radicale: vietare i matrimoni fra persone della stessa nazionalità e favorire quelli tra cittadini di diverse nazioni europee, così che tra una sola generazione non ci sarebbero stati più italiani, tedeschi, spagnoli, ma solo europei. Il premio consisteva in un viaggio a Torino per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia, da cui poi avrei proseguito, con altri trenta studenti di varie nazioni, per la Francia meridionale. Un viaggio lungo quasi un mese, molto interessante per i posti visitati e per la compagnia. Ma in realtà non si poteva parlare di un ‘premio letterario’, Né il tema era una narrazione. Era piuttosto un ragionamento politico.

S.: Si è indirizzata immediatamente verso la letteratura per ragazzi? È stata una scelta ragionata, un caso, o la mano del Destino?
BP.: E’ stato un puro caso. Laureata in lettere antiche avevo poi fatto un master in Cinema e televisione ed ero finita a lavorare alla RAI di Milano, dove mi occupavo di programmi culturali. Tra questi c’era anche la TV dei ragazzi. Dopo due anni di Tuttilibri e di Chissà chi lo sa? Il mio capostruttura, che dirigeva una collana per ragazzi, mi chiese di scriverne uno. Fu Sette Robinson su un’isola matta, che ebbe successo. Da allora gli editori me ne chiesero uno all’anno. Ne scrissi anche per adulti, ma quelli per bambini avevano più successo commerciale. E diventai ‘famosa’ per quelli.

S.: Una domanda classica: tre libri, tre film, tre canzoni che la accompagnano.
BP.: Mi piace cambiare. Film libri e canzoni che amo sono moltissimi. Tre sono davvero troppo pochi.

S.: Lei ha scritto un saggio accurato e ben documentato su Eleonora, giudicessa d’Arborea, una delle figure femminili più importanti della storia sarda. Ha mai pensato di farne la protagonista di un romanzo per ragazzi, o di riprendere la storia dell’Isola con un’altra delle sue figure femminili (Adelasia di Torres, Benedetta di Cagliari, Violante Carroz, per citarne alcune)?
BP.: Un romanzo per ragazzi nato dalla mole di documenti sul Due e Trecento che avevo accumulato per la biografia di Eleonora d’Arborea esiste: è La bambina col falcone.
Il lavoro su Eleonora è stato così faticoso per la scarsezza dei documenti, che non ripeterei l’impresa per un altro personaggio nella medesima situazione. Le tre donne citate lo sono, e di inventare su di loro non ho alcuna voglia. Oltretutto non mi risulta che abbiano fatto niente di interessante o importante paragonabile alla Carta de Logu. Il fatto che siano sarde poi non me le rende affatto più attraenti di altri personaggi.

S.: Capita spesso che uno stile povero o sciatto venga giustificato con “è soltanto un romanzo per ragazzi.” Che importanza riveste per lei la cura linguistica?
BP.: Chi scusa una cattiva scrittura con quel pretesto, è un ignorante o è in malafede. Lo scrittore deve scrivere SEMPRE E COMUNQUE meglio che può. L’età del probabile lettore è un elemento del tutto secondario. Infatti ci sono anche moltissimi libri ‘per adulti’ scritti con i piedi.
Io ho letto moltissimo e ho assorbito dai grandi quella che voi chiamate ‘cura linguistica’, che mi nasce spontanea, non per calcolo.

S.: Il suo autore preferito?
BP.:  Senza dubbio Victor Hugo, sia per le sue storie che per l’impegno pubblico e politico di tutta la sua vita. Faccio parte di quelli che in Francia chiamano ‘Hugolatres’.

S.: Negli ultimi anni ha un poco abbandonato la scena letteraria. Possiamo sperare in un suo nuovo romanzo nel prossimo futuro?
BP.: Veramente la nuova stesura di Vita di Eleonora è del 2010. La biografia di Giuni Russo è del 2009. Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente è del 2006. Non ho più trent’anni e mi occorre del tempo per scrivere qualcosa di cui sia soddisfatta.

S.: Il momento che vorrebbe rivivere?
BP.: Quando nel Duemila dopo aver cenato –insieme a vari scrittori italiani- ospite di Fidel Castro, io sola ho avuto la sfacciataggine di chiedergli di poterlo baciare. E lui, tanto più alto di me, mi ha dovuto praticamente sollevare tra le braccia.

S.: È storica la sua collaborazione con l’illustratore Quentin Blake; ci sono altri artisti da cui vorrebbe vedere illustrate le sue opere?
BP.: Vedere i propri personaggi ‘interpretati’ visivamente da un altro è sempre una sofferenza, almeno per me. A suo tempo i miei libri avrei voluti illustrare da sola. Da molti anni non scrivo più libri per bambini e quindi il problema non si pone.

Livia: Una caratteristica distintiva delle sue storie sono i nomi dei personaggi: buffi, ricercati, mitologici. Com’è nata la sua passione per i nomi di persona? Come sceglie i nomi per i suoi personaggi, e a suo parere, quale abbinamento nome-personaggio si è rivelato il più azzeccato?
In coda: ha mai ricevuto lamentele dalle lettrici di nome Sveva?
BP.: Nel mondo in cui sono cresciuta non c’erano tanti nomi ‘di moda’ come oggi. Ogni persona aveva un nome molto diverso dagli altri. Tra la gente che ho conosciuto, tra i miei parenti, tra i miei amici, ce n’erano con nomi molto più stravaganti di quelli dei miei personaggi. Per esempio, sotto l’ombrellone di tre mie amiche c’erano dei bambini che si chiamavano Bencivenni, Vieri, Potito e Giaime. Quando una delle madri ne chiamava uno, veniva solo lui. Quando da un altro ombrellone chiamava la madre di un Andrea, ne accorrevano decine. Credo che il nome sia il primo segno distintivo di una persona.
Tutti i nomi che ho usato nei miei libri li ho sentiti, PRIMA, ‘indossati’ da una persona, o in carne ed ossa, o in un libro o in un film, o in una lapide al cimitero, o sull’elenco del telefono. Non ne ho mai inventato uno.
Quanto a Sveva, non solo nessuna ha mai protestato, ma qualche anno fa i genitori e i nonni di una Sveva neonata da battezzare, invece delle bomboniere con confetti, hanno regalato a tutti gli invitati una copia di Ascolta il mio cuore.

L.: Una delle cose che abbiamo notato discutendo dei suoi libri (in particolare Ascolta il mio cuore) è come risultino autentici perché profondamente immersi nella realtà e nella cultura italiana, cosa difficile da trovare nei romanzi per ragazzi di tanti nuovi autori italiani perché troppo impegnati a imitare i successi statunitensi. Secondo lei, perché molti nostri autori rifiutano di avere ambientazioni e personaggi italiani? La difficoltà di esportazione?
BP.: Onestamente non conosco i motivi che guidano gli altri scrittori nelle loro scelte. Io ho sempre cercato di scrivere solo di quello che conosco direttamente. Al successo o alle possibilità di esportazione non ho mai pensato. Quando sono arrivati, ne sono stata contenta. Ma non sono mai stati nelle mie intenzioni per così dire ‘preliminari’.

L.: In generale cosa pensa della nostra editoria per ragazzi? Esistono degli autori giovani che apprezza?
BP.: A questa parte della domanda non saprei rispondere. Ormai è da tanto che mi occupo d’altro.

L.: Sul suo sito ho letto che è rimasta delusa da un adattamento teatrale di Ascolta il mio cuore. Oggi fermerebbe sul nascere un altro adattamento teatrale di uno dei suoi libri? Cosa pensa delle nuove forme di narrazione nate in rete? Sarebbe curiosa di vedere uno dei suoi libri adattato per una web series, o per una narrazione riscritta per blog e social network?
BP.: Qualsiasi adattamento mi delude e mi provoca dispiacere. I miei libri, le mie storie, sono creature mie. Ogni ‘manipolazione’ come dicevano una volta le maestre benintenzionate, è una ferita che cerco di ignorare. Purtroppo le storie girano e chiunque se ne può impadronire. Il Diritto d’autore ci difende poco.
Il mio auspicio sarebbe che gli altri lasciassero perdere le mie e si inventassero delle storie originali per le loro performance. Di qualsiasi tipo, film, teatro, web, blog o quelchesia.
Mi interessano i nuovi media, ma preferirei scrivere anch’io delle storie nuove, adatte, non rimaneggiare le antiche nate per la carta.
(Non posso bloccare le mille riduzioni teatrali tratte dai miei libri; spesso non ne vengo neppure a conoscenza. Ho invece rifiutato di cedere i diritti di Ascolta il mio cuore per una serie televisiva, e prima ancora per un fumetto su Il Giornalino. L’unico regista da cui avrei amato veder portare sullo schermo una mia storia era François Truffaut).

L.: Un altro aspetto dei suoi romanzi che ricordo con piacere sono i riferimenti a romanzi, epica, poesia e opere liriche che i suoi protagonisti incontrano durante la storia, perché risultano naturali e sinceri e non un mero tentativo di tracciare un parallelismo letterale tra un classico e la sua storia. Con che criterio inserisce questi riferimenti, e qual è secondo lei la funzione di questa particolare forma di “storia nella storia”?
BP.: Nessun criterio ‘calcolato’, nessuna ‘funzione’. Nella mia vita io ho sempre mescolato e interpretato la mia esperienza personale a seconda di quello che leggevo o vedevo al cinema o a teatro. Il mio quotidiano, le mie riflessioni, i miei giudizi, erano ‘intrisi’ di quei nutrimenti, necessari allo spirito come il cibo al corpo.
Mi viene istintivo riprodurre e rappresentare questa ‘contaminazione’ nei miei personaggi.

L.: Oggi si parla molto della necessità, nella narrativa per ragazzi, di diversità: più personaggi di etnie, culture, religioni e orientamenti sessuali differenti, anche nei ruoli di protagonista. Lo stesso si chiede maggiore visibilità per autori che non provengono dalla cultura dominante. Per lei che ha sempre fatto di culture e condizioni di vita diverse una ricchezza nei suoi romanzi, cosa significa questa battaglia?
BP.: Le battaglie le faccio come cittadina, non come scrittrice. Se ho raccontato di ‘diversità’, come in Extraterrestre alla pari o in Tornatràs, era perché in quel momento quel tema riguardava la mia vita personale, non le esigenze della società. E trovo spesso molta ipocrisia e molto ‘talebanismo’ in queste invocazioni al politicamente corretto. Certi libri per bambini che ‘predicano la tolleranza’ sono più falsi e più stucchevoli dei predicozzi ottocenteschi.
Consiglio al proposito di leggere i due bellissimi racconti di Mark Twain sul bambino buono e il bambino cattivo dei libri delle scuole domenicali.

L.: Cosa bisognerebbe fare per rendere la letteratura per ragazzi più diversa e comprensiva di più voci?
BP.: Non ne ho la minima idea. Ma chi ha detto che bisognerebbe farlo? E CHI dovrebbe farlo? E non è lo stesso per la letteratura per adulti?

Vorrei dire, a commento delle vostre domande, che un vero scrittore non ‘premedita’ il suo libro con intenzioni che non siano esclusivamente quelle letterarie. Non ‘calcola’ in anticipo il suo testo perché possa essere utilizzato per qualcos’altro che non sia il piacere della lettura e la condivisione dell’esperienza umana più profonda. La storia che racconta volta per volta deve premere a lui, individualmente e profondamente, non rispondere alle esigenze di una moda, del mercato, dell’educazione, di qualsiasi cosa estranea allo ‘spirito del romanzo’ come lo definisce nel suo saggio Kundera.
Probabilmente è per questo che miei libri scritti negli anni Settanta come Clorofilla, o negli Ottanta come La casa sull’albero si leggono ancora con lo stesso piacere. Se li avessi scritti PER, sarebbero durati due o tre anni e poi scomparsi.

BP

 

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