Nel mare ci sono i coccodrilli

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Fabio Geda

A dieci anni (forse…) Enaiatollah viene portato dalla madre in Pakistan e là abbandonato: Il villaggio afgano in cui vivono non è un posto sicuro per lui, e la donna preferisce allontanarlo e dargli una possibilità che tenerlo vicino a sé e, probabilmente, perderlo.

Il suo coraggio e la prontezza d’ingegno, la voglia di lavorare, la capacità di adattarsi e mettersi in discussione del ragazzo danno il via a una grande avventura: nel corso di sei anni Enaiatollah attraversa il Pakistan, l’Iran, la Turchia, la Grecia per approdare infine al porto sicuro che si rivela l’Italia, il Paese in cui adesso vive. Il suo viaggio sfiora decine di persone e luoghi, e lo porta a vivere come clandestino situazioni di dolore e pericolo difficili da concepire per un occidentale.

Il valore della sua testimonianza è innegabile; ma la povertà stilistica con cui viene narrata da Fabio Geda (che ha raccolto la storia di Enaiatollah) – di certo non riscattata da flebili tentativi di lirismo -, povertà che appiattisce i luoghi e gli eventi, rende indistinte e intercambiabili anche le persone con cui il ragazzo ha vissuto più a lungo, priva di emozione anche gli eventi più drammatici o commoventi non lo rende un testo che consiglierei come lettura, se non a titolo informativo.

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