Dear enemy

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Jean Webster

Jean Webster mi aveva già incantato a tradimento col delizioso Daddy Long-legs, e quando ho scoperto che la vivace Sally McBride era la protagonista del seguito (più o meno) l’ho preso in mano senza por tempo in mezzo (dovevo riprendermi da un paio di letture drammaticamente pretenziose e noiose: qualcuno dice Revolution? =.=) ritrovando l’intelligenza, lo spirito e il buon senso che avevano fatto la forza del primo romanzo.

E se si mantengono saldi i pregi che mi avevano incantato in Daddy Long-legs (lo stile accurato e spiritoso, la leggerezza unita a una profondità di temi inusuale e ben trattata, il buon senso, il rapporto con Dio e la religione, le tematiche femministe) se ne aggiungono altri: Sally viene infatti incaricata di riformare e rinnovare la John Grier Home, l’orfanotrofio in cui Judy ha passato l’infanzia; un’infanzia triste, senza un briciolo d’affetto o di riconoscimento, senza la possibilità, fino all’intervento del misterioso benefattore, di dimostrare il proprio valore.

E Sally, apparentemente sciocca, accetta l’incarico – momentaneamente, sia ben chiaro! – e inizia una ristrutturazione completa dell’orfanotrofio e di sé stessa: non perde il suo spirito né il suo buon gusto, ma porta la sua energia e il suo buon senso nelle vite dei suoi centotredici ”pulcini”, puntando a renderli ragazzini normali, pronti a vivere fuori dall’ambiente protetto dell’orfanotrofio, che sia in una casa o nel vasto mondo. E il suo entusiasmo si dimostra contagioso, anche se non manca unoo sguardo realistico sulla realtà delle opere di bene da una parte, e dei bambini dall’altra: non tutti gli orfani sono buoni, dolci, intelligenti e affettuosi – e se da un lato le idee sull’ereditarietà posso esser difficili da digerire ai giorni nostri, dall’altro ho apprezzato uno sguardo non populistico o buoni stico su quello che continua a essere un tema estremamente difficile.

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