Giovanna d’Arco, la ragazza dal vestito rosso

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Teresa Buongiorno

Amo moltissimo Teresa Buongiorno: i suoi romanzi per ragazzi, a partire dal delizioso Olympos, hanno sempre coniugato ai miei occhi stile brillante, intelligente retelling di vicende storiche e mitiche e utili nozioni.

Saltellavo quindi dalla gioia quando ho visto che si era cimentata con la vicenda di Giovanna D’Arco, la Pulzella d’Orleans, ora santa e protettrice di Francia, allora messa al rogo come strega e ripudiata in sostanza dai suoi. E ancora di più mi interessava l’idea di una Giovanna che, abbandonata l’armatura, si trovasse a confrontarsi con una vita comune.

Mi spiace quindi dire che sono stata amaramente delusa.

Teresa Buongiorno scrive un Bignami delle vicende storiche che hanno visto protagonista Giovanna, asciugnandole necessariamente moltissimo e privando di qualsiasi guizzo di personalità i personaggi che vi compaiono, a partire da Giovanna stessa; la maggior parte del libri è un nozionistico susseguirsi di nomi e fatti, che io stessa ho fatto fatica a seguire (immagino un ragazzino delle medie, target a cui si indirizza il volume…) dato che manca anche solo un albero genealogico e delle alleanze fondamentali.

E, soprattutto, manca il dopo, su cui il romanzo doveva basarsi: la riflessione di una Giovanna scampata al rogo, moglie e madre, dov’è? In poche pagine all’inizio e pochissime alla fine, senza approfondimento, quasi posticcia.

Aggiungo qualche inesattezza (Gilles de Rais non “passa alla Storia” come Barbablù, gli orrendi atti ne ispirano la fiaba, sebbene riveduti e corretti) e il fastidio infinito di sentire tutti i personaggi chiamati con nomi italiani (passi Giovanna d’Arco, ma gli altri? Ogni volta era un’unghiata contro una lavagna, ai miei orecchi!) e si capirà come abbia chiuso il libro discretamente irritata e profondamente delusa, e come non lo consiglierei né per piacere né per dovere: sarebbe stato meglio allora scrivere un saggio, una biografia semplificata, con relativi apparati, e spendere un centinaio di pagine in più a rendere più chiari intrighi, alleanze e vicende; in questo modo il libro fallisce sia come romanzo che come saggio.

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