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R.J. Palacio

Non so cosa esattamente mi aspettassi dal racconto del primo anno in una scuola pubblica di Augustus, ragazzino di dieci anni dall’intelligenza viva, afflitto da un patologia che gli ha dato, già alla nascita, un volto completamente deforme.

Non è il tipo di libro che di solito prendo in mano, ma le recensioni entusiastiche che piovevano l’anno scorso sul romanzo, sia all’estero che in Italia, mi hanno convinta a dargli  una chance.

E, come per altri testi “impegnati”, mi trovo a chiedermi se sono io senza cuore o se il carico emotivo che accompagna certi temi non induca molto a essere più generosi che obiettivi nella valutazione.

La scrittura è passabile, ma sebbene abbia trovato buona l’idea di mostrare e far progredire la vicenda alternando diversi punti di vista (tutti di ragazzi: Augustus, la sorella maggiore Via, il suo fidanzato, due amici di Auggie, la migliore amica perduta di Via) le voci sono poco caratterizzate, al punto di poter essere quasi intercambiabili.

I  dialoghi sono particolarmente smorti: certo, ci dicono che Auggie è intelligentissimo, ma non è che abbia visto tutto questo spirito brillare; e non c’è vera problematizzazione. All’inizio tutti schifano, o ignorano, o bullizzano il protagonista a causa della sua faccia, alla fine gli fanno una standing ovation. E quindi? I cattivi cattivissimi si convertono, i buoni si confermano buoni: non ci sono contrasti veri, non ci sono “cattivi” veri; e per quanto apprezzi l’intento di trattare un tema così delicato come  l’integrazione del diverso, del veramente diverso (o dell’apparentemente diverso, in realtà), trovo irreale se semplicistica la vicenda raccontata dall’autrice, oltre che ad alto rischio per la glicemia. Volendo essere un po’ scorretta, potrei dire: è un romanzo troppo americano.

Ben altra era la maniera di trattare la disabilità, la  diversità di una francese, Marie-Aude Murail, nel suo bellissimo Mio fratello Simple.

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