Il bambino delle ombre

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Giorgio Di Vita

Brandtje vive all’ombra del mulino di famiglia: curato dalla madre amatissima, sotto l’occhio vigile e affettuoso del padre, guidato e tormentato insieme dai fratelli e dalle sorelle cerca la sua strada.

Perché fin da piccolo il bambino che diventerà Rembrandt, e cambierà il volto della pittura europea, sa che la macina non è il suo destino; e crescendo capisce che non lo sono nemmeno gli studi a cui il padre, alla ricerca di un’ascesa sociale attraverso quel figlio così diverso, così brillante, lo ha destinato.

La sua strada sono i colori e le ombre che osserva nella luce; i movimenti dei corpi, da fissare su carta e tela; i volti, le mani, gli abiti di chi lo circonda, la natura quieta e serena della sua Olanda.

È il viaggio alla scoperta di sé stesso che ogni ragazzo intraprende, e che porterà Brandtje a diventare Rembrandt.

 

L’idea è affascinante: ripercorrere i primi anni di vita di uno dei maggiori pittori dell’arte occidentale, ricostruendo sulla base della (scarsa) documentazione esistente la sua infanzia e la sua adolescenza, le vicende della città e della famiglia, e i moti dell’animo che lo portarono a vivere una vita imprevista; purtroppo il romanzo, per quanto documentato nei fatti e corretto nell’esecuzione, manca di verve nella scrittura, e non riesce a riportare in vita né i personaggi né l’ambientazione della Leida del Seicento, lasciandoli come un po’ stinti, e senza colore: tutto il contrario della potente pittura e del carattere focoso del vero Rembrandt.

 

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