Isabelle Day refuses to die of a broken heart

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Jane St. Anthony

Lo scorso Natale, Isabelle Day aveva una casa, un papà, e tanti amici; adesso, in una nuova città, ha una casa in condivisione con due novantenni un po’ ficcanaso, una mamma che annega nella tristezza e una nuova scuola in cui combattere per trovare il proprio posto.

E su tutto, l’ombra di un padre che non c’è più, e un dolore talmente soffocante che non permette né a lei né alla madre nemmeno di nominarlo, sebbene sia una presenza fissa nella loro quotidianità.

Ma forse, oltre il dolore, c’è speranza: nuove amiche, anziane vicine, e il Natale che si avvicina possono aprire una breccia, e far scivolare, piano piano, una speranza di guarigione.

Ambientato nell’America degli anni ’60, Isabelle Day refuses to die of a broken heart parte con ottime premesse: la gestione dell’elaborazione di un lutto soffocante, proprio e di un genitore; le difficoltà di chi si trasferisce in un nuovo ambiente; la riscoperta dell’empatia, e della condivisione.

Purtroppo il romanzo manca di emozione: è come un tema, svolto in maniera corretta ma priva di vivacità, e senza che i frammenti di vita di Isabelle compongano un mosaico che porti alla liberazione finale.

Nessuno dei personaggi mi ha scaldato il cuore, e la ricostruzione storica è effimera, poco efficace: a parte la citazione di qualche oggetto come il giradischi, e un paio di cantanti e canzoni dell’epoca, poteva essere qualsiasi luogo in qualsiasi tempo.

Non un romanzo terribile, ribadisco, e il tema è più che meritevole; ma lo svolgimento un po’ scolastico non mi permette di raccomandarlo come vorrei.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. 🙂

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