The language of dying

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Sarah Pinbourough

In una casa spersa nella campagna inglese uomo uomo sta morendo.

Sta morendo da giorni, settimane, mesi; non gli rimane molto tempo, e la figlia mediana, colei che bada a lui, lo sa.

Arrivano e ripartono i fratelli e la sorella, persi nelle loro vite, smarriti in sentieri contorti tracciati dalla loro infanzia; e lei, l’unica senza nome, quella che sempre si è sentita esclusa, unita solo al padre, parla con lui e aspetta.

Aspetta la morte, e la comparsa di qualcosa che viene dal mito, e che compare sempre in notti misteriose e terribili come quella che si avvicina.

Qualcosa che ha atteso tutta la vita.

Un romanzo breve ma estremamente intenso, scritto con lirismo puro, senza scadere nel grottesco.

La dissezione di una famiglia e dei suoi membri, del dolore e dell’amore, e del linguaggio del morire: delle persone, del ricordo, di una famiglia che si sgretola definitivamente.

E, infine, del magico che può salvarci quando perdiamo tutto, in notti terribili e misteriose.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione.

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