Nuvole di ketchup

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Annabel Pitcher

Si firma Zoe, ma non è il suo nome.

Ha quindici anni, scrive di notte nella pace di un casotto degli attrezzi che la sua famiglia ha in giardino.

E scrive a un condannato a morte, perché da un anno muore dentro anche lei: la colpa la distrugge, il silenzio la annichilisce. Ha bisogno di parlare, ha bisogno di liberarsi. Ha bisogno di assolversi.

Anche se in realtà, man mano che si procede nella lettura del romanzo, si scopre che c’è ben poco di cui sentirsi in colpa: un tradimento, sì. Un errore, nel rendersi conto che il ragazzo con cui si sta non è quello che si ama. La confusione di un’adolescente che scopre il sesso e il proprio corpo, abbandonata nella mareggiata del desiderio.

Ma, alla fine, all’occhio del lettore si risolve tutto in un triangolo adolescenziale; e per quanto sia gradevole la scrittura dell’autrice, e credibili le dinamiche familiari di Zoe (una madre oppressiva, una sorellina disabile, un’altra sorella che ha bisogno di attenzioni ma non sa come ottenerle) non si può fare a meno di provare irritazione per la sua stupidità, e noia per l’intera vicenda.

Forse, semplicemente, non ho più l’età per i contemporary per ragazzi.

 

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