Archivi categoria: distopico

Vietato leggere all’Inferno

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Roberto Gerilli

Mi sono sempre considerata una personcina moderata e generalmente rispettosa delle leggi (con la dovuta eccezione dei limiti di velocità, che vivo più come garbati suggerimenti che come obblighi  legali – lo so, questo è male, molto male, ma nessuno è perfetto), con poche e legali dipendenze: dolci, gatti e parole. Parole in ogni forma.

Roberto Gerilli crea un mondo in cui non solo sarei una tossicodipendente della peggior specie (o meglio, lo sono – in fondo, tengo da nove anni un blog letterario – e non crederete davvero che recensisce tutto quello che leggo, VERO?), ma in cui verrei vista dalla società come tale, e con quel misto di disprezzo e compassione che si riserva oggi agli eroinomani.

E in cui la Legge mi riserverebbe tutte le sue sgradite attenzioni, sopratutto se -putacaso – mi pungesse vaghezza di fondare un’illegalissima casa editrice, e spacciare proibitissimi volumi a poveri derelitti miei pari. Guadagnando dei bei soldoni.

Citazioni e ironia, un tocco di grottesco, un’idea inquietante e brillante insieme sono gli ingredienti che si miscelano in un romanzo non perfetto, ma profondamente divertente, e raccomandatissimo a tutti i lttori.

E siccome Gerilli è un delinquente di professione, e completamente senza scrupoli, offre la dose gratis – per favorire il cadere o il riaccendersi della dipendenza. 😉

La lunga marcia

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Richard Bachman (AKA Stephen King)

Partecipare alla Marcia è un privilegio.

Oggi anno migliaia di ragazzi si sottopongono alle prove fisiche e psicologiche necessarie per la selezione.

Ogni anno cento di loro vengono chiamati a marciare sotto gli occhi della nazione, senza pause, senza un traguardo, finché l’ultimo in piedi non viene acclamato come eroe e riceve qualsiasi cosa desideri.

Ogni anno novantanove ragazzi vengono congedati con un proiettile se si fermano, se cadono, se rallentano oltre un certo limite.

Ogni anno la progressiva devastazione della marcia, il dolore di muscoli e tendini che lentamente cedono, l’assistere ai congedi di compagni con cui sei entrato in contatto e hai magari stretto amicizia portano al limite, chilometro dopo chilometro: e la Marcia si trasforma in una trascendentale riflessione sulla vita e sul desiderio di morte.

Un romanzo concentrato su dialoghi e sensazioni fisiche, in cui il protagonista Garraty e i ragazzi da cui è circondato bucano la pagina a ogni passo, a ogni metro percorso; in cui la fatica, l’orrore, la follia, l’inutilità della Marcia ti inondano come se camminassi con loro, con l’unico traguardo che è la sopravvivenza – sopravvivere a tutti, anche a chi hai iniziato a stimare.

Io non amo Stephen King, ma questo romanzo mi ha tenuta incollata alla pagina, opprimendomi senza pietà; e facendomi riflettere sulla Marcia, sulla folla, sulla morte.

Anna

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Niccolò Ammaniti

Una tredicenne si mette alla ricerca del fratellino rapito, in una Sicilia devastata dal fuoco e rimasta in mano ai bambini, gli unici che sopravvivano alla Rossa, il virus che uccide in poche settimane chiunque superi i quattordici anni.

Sulle strade desolate si aggirano branchi di cani e di ragazzini, e Anna trova in un cane un tempo nemico e in un ragazzino sulla bicicletta gli unici alleati nella ricerca di Astor.

 

Sebbene l’editore non lo metta nero su bianco, Ammaniti scrive uno YA: e purtroppo dello YA mantiene molti stereotipi, che non vengono riscattati dall’ambientazione siciliana né dalla scrittura comunque suggestiva dell’autore.

Spiace dirlo, perché anche nella semplicità di una vicenda (come in Io non ho paura) ha in passato dimostrato di saper sfruttare appieno il materiale che ha a disposizione; ma sarà che veramente non ne posso più di post-apocalittici, di virus che lasciano soli i bambini, e di riluttanti alleati, sarà che Anna è francamente antipatica e Astor francamente irritante, sarà che se non mi dài almeno una scintilla di originalità pretendo una scrittura da urlo e un’ambientazione che salti fuori dalla pagina (e qui abbiamo i soliti market saccheggiati e le solite auto abbandonate), ma Anna si è rivelato per me il genere peggiore di libro: quello che annoia.

The memory of water

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Emmi Itaranta

In un distante futuro, in cui il riscaldamento globale ha fatto sciogliere i ghiacci e la neve è un ricordo anche al nord, in cui sulle ultime riserve di petrolio si sono combattute guerre che hanno inquinato le ultime riserve d’acqua, in cui la Cina ha invaso l’Europa, e il nuovo Impero di estende per tutto il continente eurasiatico, imponendo un regime militare e un rigoroso razionamento delle risorse idriche rimaste, i maestri del tè rimangono onorati custodi della tradizione, coloro che per generazioni hanno capito la natura dell’acqua, della tradizione e del cambiamento, e ne hanno custodito i segreti.

Noria ha diciassette anni, ed è la figlia e l’erede di suo padre, maestro del tè in un piccolo villaggio della Scandinavia: una Scandinavia dal clima caldo e umido, che non conosce inverni se non dalle leggende; e rappresenta in sé la tradizione del tè e il cambiamento, dato che non esistono donne che pratichino la cerimonia. Finché l’arrivo di un nuovo militare, e il progressivo degradarsi delle condizioni di vita nel villaggio in cui vive, sconvolgono il suo mondo e la costringono a fare scelte: scelte che coinvolgono non solo lei, ma tutto il villaggio, e il futuro del mondo a venire.

L’idea mi è immediatamente piaciuta: la cerimonia del tè e i suoi protagonisti, unita a un’ambientazione inusuale come la Scandinavia, da cui proviene l’autrice. La scrittura è inoltre lirica e curata, e sostiene bene l’atmosfera quasi sospesa di molte parti.

Ma il romanzo non avvince né appassiona: tutti i personaggi sono figure lontane e distaccate,  a partire dalla protagonista, che descrive solo i suoi moti di passione (quando li ha, ossia piuttosto raramente…), ma non li fa mai davvero sentire. Allo stesso modo, l’orrore della repressione militare, di un mondo compromesso, delle esecuzioni sommarie non perviene: vedevo sulla pagina che c’erano, ma oltre una vetrata, come se fossero dipinti; il coinvolgimento emotivo era pari a zero.

Inoltre, la scelta dell’ambientazione è una contraddizione in sé: del setting nordico, la cui idea mi aveva tanto affascinato, non rimane nulla, tra la colonizzazione culturale orientale e le temperature semitropicali, se non qualche nome, e allo stesso tempo non si sostituisce un’atmosfera orientaleggiante: il risultato è un’ambientazione che non è né carne né pesce, e si fonde nel ricordo di tanti altri distopici letti nel tempo, senza spiccare in alcun modo.

Little brother

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Cory Doctorow

Fino a che limite si può rinunciare ai propri diritti e alla propria privacy in nome della sicurezza? E fino a che limite può (e deve) spingersi un governo per garantire quella dei propri cittadini?

E’ la domanda che si pone Cory Doctorow, esperto di sicurezza informatica, attraverso Marcus: diciassette, appassionato di tecnologia, hacker a tempo perso, in ribellione contro i sistemi di identificazione sempre più invadenti e oppressivi che stanno installando nella sua scuola, Marcus si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato. Ossia, vicino a un ponte che esplode, causando quattromila morti fra i cittadini di San Francisco. E viene arrestato da un’agenzia governativa insieme ai suoi amici, detenuto senza diritti, interrogato, umiliato, torturato, fatto sparire agli occhi del mondo, in un ribaltamento completo dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione del suo Paese – il Paese della libertà, l’America. Dicono.

Tornato libero, traumatizzato, impaurito, pieno di vergogna per quello che gli è capitato inizia a combattere, e lo fa sulla Rete: combatte per i diritti che si stanno restringendo sempre di più nella lotta al terrore, per le libertà elementari che iniziano a venire negate ai cittadini da quello Stato che dice di volerli proteggere, per riaffermare che ci sono dei limiti, che si deve trovare un equilibrio tra sicurezza e privacy: e che il limite deve essere che lo Stato deve proteggere i propri cittadini anche da sé stesso. Alle volte, sopratutto da sé stesso.

Non è un romanzo facile quello che ha scritto Doctorow: i temi sono complessi, e sebbene il contrasto tra potere (declinato come controllo, mascherato come protezione) e libertà individuale e sociale sia già stato esplorato in passato (basta pensare a 1984 di Orwell, omaggiato fin nel titolo, o a V for Vendetta di Alan Moore) l’oppressiva paura del terrorismo lo rende sempre attuale, come lo attualizza la lotta squisitamente informatica (e pacifica).

Dispiace un po’ – almeno per me – che il “partito della sicurezza” (ossia i personaggi che credono che una limitazione delle loro libertà sia accettabile in nome di maggiore sicurezza) siano rappresentati sempre come o idioti in cattiva fede o in buona fede ma incoscienti, in qualche modo; va a scapito della discussione, anche se capisco che, dato il punto di vista di Marcus e le esperienze vissute, non potrebbe vedere altrimenti chi la pensa in maniera differente. Alla fine il punto di vista più equilibrato (o forse lo penso perché è quello con cui mi ritrovo maggiormente) è quello della professoressa di Marcus, che inquadra anche storicamente l’evoluzione sia dei diritti civili che dei fenomeni attuali, valutandoli nel complesso.

Un’ultima nota: ho trovato pesante la mole di spiegazioni tecniche che Marcus (voce viva e chiara dell’autore) fornisce, ma questo dipende anche (sopratutto?) dal mio interesse minimo – per non dire inesistente – nei confronti dell’informatica; per chi è intrigato dal tema, invece, Little brother funziona anche come piccolo manuale di istruzioni per iniziare ad esplorare la Rete (un altro modo di dire “vedere il mondo”, oggi come oggi) in modo diverso.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

The many lives of Ruby Iyer

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Laxmi Hariharan

Un romanzo dal sapore vagamente distopico ambientato Bombay, e quel che conta, scritto da un’autrice indiana? Lo prendo al volo!

A parte il fascino di un’ambientazione a mezzo tra tradizione e modernità, l’oppressione di una metropoli tentacolare e asfissiante, un Paese fra Oriente e occidente, l’attrattiva maggiore era rappresentata per me dall’autrice: una garanzia di autenticità, per come la vedo io, e la speranza di originalità nelle vicende e nella narrazione.

Devo però ammettere che ha funzionato poco per me: la città è resa bene, ma trovavo la protagonista francamente irritante, e la vicenda e i personaggi di contorno abbastanza stereotipati: quando è entrato in scena il migliore amico gay mi ha preso un vago senso di sconforto, e un meno che vago senso di deja vu. =.=

La scrittura è scorrevole, anche se non entusiasmante, ma ho avuto l’impressione di una gestione piuttosto confusionaria delle vicende e  di uno stile che avrebbero entrambi tratto molto giovamento da un intervento più energico di un buon editor.

Nel complesso, The many lives of Ruby Iyer si è rivelato un romanzo piacevole, adatto a passare qualche ora di distrazione, ma che non ha l’originalità di temi e personaggi che mi sarei aspettata da un’autrice indiana.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione.

Divergent

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Divergent

Divergent

– Veronica Roth –

Primo capitolo di una trilogia distopica, Divergent ha  tutti gli ingredienti per essere un successo.

Beatrice Prior è una abnegante, una delle cinque fazioni in cui è divisa “la città”, vive coi suoi genitori e il fratello Caleb, ha 16 anni e presto dovrà scegliere la fazione cui appartenere in futuro.

Dovrà scegliere, durante la “cerimonia della scelta” se restare nella fazione in cui è nata, gli abneganti o cambiare passando a una delle altre fazioni (eruditi, intrepidi, candidi e pacifici). Ogni fazione ha una “caratteristica” peculiare: altruismo per gli abneganti, intelligenza per gli eruditi, coraggio per gli intrepidi, onestà per i candidi e armonia per i pacifici.

Un test attitudinale aiuta i ragazzi nella scelta, ma il test di Beatrice è inconcludente, il suo risultato rivela che Beatrice non “appartiene” ad una sola fazione ma a ben tre, cosa molto rara.

Beatrice è una divergente (vengono chiamati così gli elementi non classificabili in una delle fazioni), e scopre di essere in pericolo poichè se i capifazione scoprono la sua natura, la uccideranno.

Sceglierà gli intrepidi e la sua vita cambierà di colpo, comincerà la sua iniziazione con allenamenti e prove molto dure, farà amicizia con altri trasfazione come lei (ragazzi che arrivano da fazioni diverse da quella scelta) e con Quattro, enigmatico quanto carismatico e attraente istruttore degli iniziati trasfazione. E insieme a lui scoprirà che gli eruditi hanno in mente qualcosa, qualcosa di non positivo per il futuro della città.

Sicuramente una lettura che coinvolge, che tiene incollato al libro il lettore, se vi piacciono le storie distopiche e siete fans di Hunger Games, questo libro fa per voi!

Riot

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Sarah Mussi

In un futuro prossimo, l’Inghilterra cerca di far passare una legge per la sterilizzazione obbligatoria della popolazione povera, i privi di mezzi che gravano sul welfare dello Stato; ma l’opposizione, organizzata e coordinata via internet da Tia, figlia ribelle di uno dei più potenti ministri del governo, si prepara a lottare per il diritto di decidere del proprio corpo e del proprio futuro.

Premessa interessante?

Bene, perché c’è giusto quella.

Il romanzo è di una noia mortale, con una protagonista e voce narrante che vorresti vedere morta in un fosso: lamentosa, ribelle quando le fa comodo, stupida come una bottiglia di aranciata vuota, snob nonostante le sue aspirazioni rivoluzionarie; un protagonista maschile affascinante (e sto pure a dirlo… =.= ) e misterioso; cattivi cattivissimi con un piano diabolico segreto (e così astuti che citano Goebbels in tv – MADDDAIIII!); una scrittura sciatta e trascurata, oltre che ripetitiva in modo deprimente.

Un fallimento sotto tutti i punti di vista; e davvero non capisco perché persisto a farmi prendere per i fondelli da questi distopici da tre soldi falsi. =.=

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione.

Grounded

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G. P. Ching

Ogni tanto ci casco ancora. La speranza di trovare un buon distopico mi abbaglia, e mi trovo nel 95% dei casi a leggere romanzi privi di una buona ambientazione (e allora che distopico è?), afflitti dal pernicioso male dell’instant love, aggravato dalla triangolite, e dall’ascesso purulento di una protagonista sciapa come il tofu.
Grounded non è in realtà una lettura pessima: lo stile è decoroso, sebbene senza interesse, e l’idea di mischiare l’ambientazione distopica con la realtà Amish estremamente interessante: peccato che gli Amish che li lasciamo alle spalle dopo le prime pagine, e che le convinzioni religiose della protagonista poco influiscano nella sua gestione del mondo moderno, in tutti i suoi aspetti, con l’eccezione di qualche occasionale rigurgito di coscienza.
Insapore, e più paranormal romance che distopico: e no, non è un complimento.

Grounded esce domani in America; ringrazio l’editore per avermi messo a disposizione la copia necessaria alla stesura di questa recensione.

 

Hybrid – Quel che resta di me

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Hybrid – Quel che resta di me

– Kat Zhang – 

Questo libro parla del nostro mondo in un futuro in cui le Americhe sono completamente isolate dal resto del mondo, Americhe che fanno la guerra agli ibridi, persone le cui due anime che convivono nello stesso corpo sono ancora entrambe presenti, invece che essersi “stabilizzate”, facendo in modo che una delle due – l’anima recessiva – sparisse completamente, lasciando il controllo del corpo a quella dominante.
Ma Eva, anima recessiva di una ragazza 15enne, Addie (l’anima dominante), che ha avuto problemi a stabilizzarsi fino a 12 anni, non si vuole arrendere a “sparire”, infatti la storia viene narrata da lei, dal suo punto di vista.
Con coraggio e determinazione proverà a cercare il modo di cambiare le cose, di scoprire una verità scomoda.
Primo libro delle Hybrid Chronicles,personalmente ho trovato l’idea del libro di Kat Zhang veramente carina e innovativa, un distopico veramente scritto bene e scorrevole.
Consigliato.