Archivi categoria: storico

The man who knew everything

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Marilee Peters

Esperto di matematica, musica, fisica, scienze naturali, medicina, geroglifici, crittografia…

Non c’è stato campo dello scibile umano in cui il gesuita Athanasius Kircher non si sia cimentato, spinto da una feroce sete di sapere e da una curiosità nei confronti del mondo insaziabile.

Nato in una povera famiglia tedesca, prende i voti durante il Seicento, un secolo di grandi scoperte e grandi persecuzioni di scienziati da parte di quella Chiesa che pure gli ha permesso di studiare; e mentre colleziona, osserva, scrive, insegue nozioni, si cala in vulcani, crea collezioni e musei, intrattiene corrispondenza con centinaia di scienziati riesce sempre a tenersi dal lato buono della dottrina.

Ha sbagliato? In molte  cose sì; qualche altra l’ha inventata di sana pianta, per stupire ed accrescere la sua fama.

Ma niente viene tolto al fascino di una figura brillante ai limiti della genialità, e del segno che ha lasciato nei secoli.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

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Shadow warrior

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Tanya Lloyd Kyi

Mochizuki Chiyome vive in un mondo duro: il Giappone del XVI secolo è frammentato in staterelli costantemente in guerra, e nessun signore, per quanto fiero e feroce, sembra in grado di porre fine alla situazione.

Chiyome vive anche in un mondo in cui le donne hanno poca scelta: un matrimonio combinato la fa sì entrare nella famiglia di un potente damyo, ma insieme soffoca il sogno per cui si è addestrata con tenacia: diventare un ninja, una guerriera capace di raccogliere informazioni e confondere i nemici, sparire nella nebbia  e comparire nella notte.

O forse no.

La morte del marito la induce a fare al suo signore una proposta che non può rifiutare: Chiyome fonda quindi una scuola, e tesse la più efficiente e ampia rete di spie che il Giappone abbia mai conosciuto: una rete di ninja donne.

Verità o leggenda?

Non conoscevo la storia di Chiyome, e che nasca da una verità storica o sia un’invenzione della fantasia popolare per me ha poca importanza: l’idea che sia esistita (o sia stata creata) un’eroina che con astuzia e coraggio si è ricavata un posto di potere in un mondo interamente maschile, trasmettendo le sue conoscenze e di fatto liberando altre centinaia di giovani donne mi ha incantata.

Magnifica anche la resa grafica, che fonde stampe giapponesi d’epoca con illustrazioni originali in stile, riportando alla luce un mondo passato, ricco di orrore e splendore.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

Marco Polo

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Marco Tabilio

Nel 1271 Marco ha diciassette anni, e vive al crocevia fra Oriente e Occidente: il porto di Venezia risuona di lingue e profumi esotici, e ogni giorno merci raffinate e strane arrivano da tutto il mondo, riempendogli occhi e cuore di desiderio.

Non desiderio di ricchezze, ma di orizzonti sconosciuti.

E quando il padre Niccolò riparte per la corte di Kublai Khan, signore dello sterminato impero mongolo, per Marco inizia l’avventura di tutta la vita: percorsa la via della seta, diventa uomo di fiducia del Khan, e per decenni ne è gli occhi e le orecchie nel suo impero, ambasciatore e consigliere.

Anni dopo, in prigione a Genova, racconta le sue avventure: nasce così Il Milione.

E così nasce anche questa bellissima biografia di Marco Polo, lussureggiante di sogni e immagini, precisa e insieme evocativa di un mondo lontano, barbaro e splendido.

Un autore da tenere d’occhio, Marco Tabilio: a una solida sceneggiatura unisce infatti un tratto personale e variato, adattabile e suggestivo insieme.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. 🙂

Vincent il matto

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Luiz Antonio Aguiar

Camille Roulin è solo un ragazzino quando nella sonnolenta cittadina provenzale di Arles arriva da Parigi un pittore dai capelli rossi e i modi strani, alla ricerca dei colori del Sud: il suo nome è Vincent van Gogh, e mentre i suoi modi stravaganti gli guadagnano subito l’antipatia e la derisione degli arretrati abitanti del paese, la sua sincerità, la sua dedizione a un nuovo modo di dipingere e la sua ingenuità conquistano immediatamente il padre di Camille, che ne diventa amico e lo coinvolge sempre di più nella vita della propria famiglia.

Inizia così l’ultimo anno di van Gogh, e la scoperta della grande arte moderna da parte di una famiglia umile ma piena di cuore, che impara a vedere il mondo attraverso gli occhi pieni di colori del timido uomo con i capelli rossi.

Bellissima, sentita biografia dell’artista visto da un ragazzino, è un modo meraviglioso e semplice di introdurre i bambini ai drammi dell’animo e alla spettacolare produzione di un uomo che ha aiutato a gettare le basi della pittura contemporanea.

Seta

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Alessandro Baricco & Rébecca Dautremer

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Non sono una fan di Alessandro Baricco: lo trovo colorato, ma vuoto e leggero come un palloncino che voli via: e lascia lo stesso segno – nullo.

Ma la meraviglia delle illustrazioni di Rébecca Dautremer – un romanzo a parte, parallelo, ricchissimo – serve bene questa fiaba orientaleggiante, le dà colore e consistenza,ne traccia e definisce i passi, rendendola memorabile.

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Mr. Rochester

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Sarah Shoemaker

Credo che se avessi chiamato il blog “Jane Eyre è il mio romanzo preferito!”  la cosa non potrebbe essere più nota, come credo di aver palesato più e più volte la mia diffidenza – generalmente ben ripagata… – verso i vari derivati e retelling che ogni tanto fanno capolino, fra cui annovero il romanzo più brutto mai letto, l’abominevole Charlotte di D. M. Thomas  >.<.

Generalmente, ma non sempre; e ogni tanto la mia compulsione a prendere in mano suddetti retelling mi ricambia con qualcosa di assolutamente delizioso (Il caso Jane Eyre di Jasper Fforde) o con un inaspettato, ottimo romanzo storico.

Da qui in poi attento, lettore mio, perché lo spoiler è in agguato.

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Mr. Rochester non è solo un retelling di Jane Eyre visto dalla parte di Rochester: come Jane racconta la sua storia partendo dall’infanzia, così fa Edward, ricostruendo il freddo, distante rapporto con padre e fratello e i lunghi anni di formazione, intrapresi senza sapere perché e monitorati a distanza dal genitore.

E’ un Edward Rochester costantemente afflitto dalla solitudine quello che vediamo: raggelato nei rapporti familiari, ansioso di compiacere il padre, costantemente deluso nella richiesta di affetto, lega con i suoi maestri e trova degli amici, per vedere la malattia e la morte portarli costantemente via.

E’ anche un Edward Rochester ingenuo e fiducioso quello che si vede, corrotto lentamente dalla solitudine e dal tradimento di chi avrebbe dovuto averlo a cuore, fino ad avvicinarsi, dopo il ritorno dalla Giamaica, all’uomo cinico, manipolatore, disilluso del romanzo originale.

Ma mentre il romanzo funziona in maniera impeccabile fino al ritorno in Inghilterra – eccellente la ricostruzione storica sia della vita afosa e languida nel Caraibi come di quella nella grigia realtà dell’Inghilterra industriale come quella delle spensierate avventure capestri di tre ragazzi mandati da un istitutore molto particolare  – è proprio dal ritorno a Thornfield in poi che la caratterizzazione di Rochester inizia a traballare: l’autrice cerca insieme di seguire il personaggi tratteggiato da Charlotte Bronte e insieme dare un ritratto di Edward che ne scusi i comportamenti prevaricatori e manipolativi del romanzo originale.

A mio parere, non funziona, come non funziona la descrizione della passione di Edward per Jane: sembra nascere pressoché dal nulla, e nell’omettere buona parte dei dialoghi originali viene a mancare il tocco di sfida che la giovane istitutrice ha sempre avuto nei confronti del padrone. Viene raccontato, ma non mostrato, perdendo efficacia e credibilità.

Inoltre, devo ancora capire che necessità ci fosse di introdurre Gerald, l’improbabile figlio illegittimo di Bertha e possibile erede di Thornfield Hall: un tocco da feuilleton che niente aggiunge e qualcosa toglie alla credibilità e scorrevolezza di un romanzo che comunque vanta un’ottima scrittura, personaggi solidi e un’eccellente ricostruzione storica.

Peccato, appunto, per questi dettagli.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

Rodzina

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Karen Cushman

Rodzina è grande, grossa, incupita, con capelli biondi e la faccia di suo padre.

Nessuno la prenderà per la sua bellezza o il suo carattere amabile, e lei è ben decisa a non farsi vendere come schiava: perché sa bene che è questo che fanno con gli orfani nei viaggi verso Ovest per “trovare delle famiglie che li accolgano”, li vendono al miglior offerente per lavorare la terra o tenere la casa, e mai più ritorneranno indietro.

Ma Rodzina non voleva lasciare Chicago: tutti i suoi ricordi sono là, nella città in cui sono sepolti suo padre, sua madre e i due fratelli minori, che la amavano per quello che era. Grande e grossa, un po’ goffa, brillante e testarda, determinata.

Piena di cuore.

perché scoprirà, durante il lungo viaggio verso la California, che i pregiudizi possono essere i nemici peggiori, e che non ci si può impedire di amare o di essere anati, seppur controvoglia.

Karen Cushman abbandona l’Inghilterra medievale ed elisabettiana per farci salire a bordo di uno dei treni degli orfani, che dalla metà dell’Ottocento agli anni ’20 del Novecento portarono migliaia di ragazzini verso Ovest, nel tentativo di dar loro una vita migliore delle strade di una grande città.

Sradicati, traumatizzati, spesso separati da fratelli o sorelle, molti di loro finirono davvero a fare i servi non pagati nelle famiglie che li avevano accolti; molti altri trovarono affetto e condivisione, ma ricordarono per sempre il lungo, duro viaggio verso Ovest.

Come sempre efficace e documentato, sorretto da una protagonista lontana dalla perfezione ma che si fa amare e da personaggi minori che rimangono scolpiti nel cuore.

Cross my heart

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Sasha Gould

Nella splendente Venezia del XVI secolo, Laura viene fatta uscire dal convento in cui è stata chiusa per sei anni: Beatrice, la sua incantevole sorella, è morta annegata, e il padre vuole che la sostituisca nel matrimonio combinato allo scopo di risollevare le disastrate finanze della famiglia.

Ma il promesso sposo è ripugnante e crudele, il padre di Laura instabile e prepotente, la morte di Beatrice pesa sullo spirito della sorella, e Venezia è una città di segreti: segreti che possono compare l’aiuto di una società di donne dedita alla manipolazione del potere, e cambiare gli equilibri della Repubblica.

Scorrevole e divertente, Cross my heart ha il solo difetto di voler volare più alto di quanto non possa fare: l’idea della società di donne che collezionano e gestiscono segreti è bellissima, ma l’ambientazione è di una  superficialità e goffaggine incredibili: tra cadaveri tenuti in casa per giorni prima della sepoltura a periodi di lutto non rispettati a giovinette che zompettano in giro per la città non accompagnate sembrava di leggere un comtemporary in corsetto.

Una lettura in ogni caso piacevole, se si chiude un occhio (o anche entrambi XD) sulla ricostruzione storica, e se si vuole passare qualche ora di relax.

Sulle ali della libertà

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Silvana De Mari

Genova, 1453.

Isabella viene promessa a quattordici anni a un uomo che non conosce, da raggiungere su un’isola aspra e selvaggia: la Corsica. Si imbarca con lei Gertrude, cameriera e confidente, e con lei viene catturata da un gruppo di scalcinati pirati.

Inizia così un lungo viaggio per i porti del Mediterraneo, in cui le ragazze impareranno il coraggio e la compassione.

Se vi sembra di aver già sentito quest’ultima frase è perché riassume tutti gli ultimi romanzi di Silvana De Mari, da Gli ultimi incantesimi in poi; sebbene lo stile sia sempre apprezzabile, pur con qualche trascuratezza,  e l’ambientazione vivace e interessante, gli ingredienti della minestra sono sempre gli stessi, compresa la prevedibilità dei personaggi secondari. Non ha aiutato, almeno per me, l’improbabilità di alcuni dettagli, dal marinaio monco al pirata ingenuo all’ammmore a prima vista, e la voce narrante francamente irritante dell’insopportabile, devota, predicante protagonista.

Another me

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Eva Wieseman

Strasburgo, 1348.

La peste si diffonde in Europa, e con il contagio aumenta la diffidenza verso gli ebrei, da sempre malvisti e sospettati di diffondere il male.

Natan, diciassette anni, è figlio di uno straccivendolo: crede nella giustizia, ha il coraggio dei generosi e si affaccia alla vita e all’amore, proibitissimo, per una ragazza cristiana.

Ma nel paese il pericolo cresce…

L’idea e l’ambientazione, inusuali per un romanzo per ragazzi, mi piacevano molto: la Strasburgo del Medioevo, contesa fra Francia e Germania (o quelle che sarebbero diventate Francia e Germania); la peste che incombe minacciosa; la paranoia che cresce.

Ma lo stile dell’autrice ha rovinato la festa: modesto come linguaggio, semplicistico nella resa dei personaggi (cattivi cattivissimi, buoni buonissimi, senza sfumature), con fastidiosi spiegoni sulla vita e cultura nel Medioevoo e sulla vita e cultura ebraica.

Qualcuno potrebbe contestare la necessità di far entrare i ragazzi in un’epoca lontana – a costoro consiglierei di leggere qualcosa di Karen Cushman, che fa saltare personaggi e ambientazioni dalla pagina senza semplificazioni o sciatteria di sorta.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^