Archivi categoria: YA friendly

Seta

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Alessandro Baricco & Rébecca Dautremer

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Non sono una fan di Alessandro Baricco: lo trovo colorato, ma vuoto e leggero come un palloncino che voli via: e lascia lo stesso segno – nullo.

Ma la meraviglia delle illustrazioni di Rébecca Dautremer – un romanzo a parte, parallelo, ricchissimo – serve bene questa fiaba orientaleggiante, le dà colore e consistenza,ne traccia e definisce i passi, rendendola memorabile.

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The best of Subterranean

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Io diffido delle antologie multiautore: di solito si trova un misto di pezzi buoni e di pezzi disastrosi, vaganti in un brodo di racconti neutri, privi di sapore riconoscibile.

Perché allora richiedere – e affrontare – 758 pagine e trenta racconti?

Perché alcuni degli autori mi attraggono come il Nord attrae l’ago della bussola.

Io leggo K. J. Parker, e John Scalzi, e Catherynne Valente (anche se con le riserve che sono state confermate da questa lettura) e non capisco più nulla.

E perché la curiosità di scoprire nuove voci è sempre forte – e, in questo caso, premiata. ^^

La mia previsione si è rivelata sbagliata: alcuni racconti incolori, alcuni – pochi – da occhi al cielo, ma una percentuale davvero alta di gemme di rara bellezza, quasi tutte disponibili gratuitamente in Rete. Che, quindi, segnalo. ^^

The last log of the Lachrymosa di Alastair Reynolds è il raccont, dalle tinte nemmeno tanto vagamente horror, di una missione su un pianeta alieno – una missione che va decisamente, decisamente male;

The seventeenth kind di Michael Marshall Smith è il rutilante resoconto di una vendita televisiva dai risvolti – e dai contatti col “pubblico” – decisamente imprevisti;

lo spegnersi della razza umana è raccontato nello stupendo Dispersed by the Sun, Melting in the Wind by Rachel Swirsky;

un automa, un bambino e un geniale inventore affetto da demenza sono i protagonisti dello steampunk Tanglefoot di Cherie Priest, che nasconde una delicata rappresentazione della malattia;

Hide and Horns è la città in cui arriva il riluttante eroe western di Joe Lansdale, protagonista di un’avventura ai confini dell’horror, ma con un tocco di surreale umorismo;

Younger women di Karen Joy Fowler racconta il rapporto contrastato tra una madre e una figlia adolescente, e come il vampiro di turno, da vero parassita, riesca a sfruttarne le crepe;

Last breath di Joe Hill porta il lettore in visita a un museo molto speciale – che non tutti apprezzano, purtroppo;

White Lines on a Green Field di Catherynne M. Valente conferma il mio giudizio – e i miei dubbi – sull’autrice: il talento per una scrittura evocativa, l’abilità nel rimaneggiare miti e leggende di ogni parte del mondo, e il sospetto che usi questi suoi talenti per impacchettare splendidamente quelle che sono scatole vuote. Rimane un racconto straniante e interessante;

The Least of the Deathly Arts di Kat Howard è un’inusuale storia d’amore e poesia, fra la Morte e la giovane studiosa che si è dedicata anima e corpo al suo studio;

Water Can’t be Nervous di Jonathan Carroll è un’altra inusuale storia, ma di un amore (più amori, nei secoli) che finiscono, perché l’eternità porta inevitabilmente noia; e di come un dio faccia ammenda della sua incostanza con le sue amanti, realizzando un sogno:

The Crane Method di Ian R. MacLeod ci porta nella pericolosa giungla della vita accademica degli studiosi di storia medievale inglese – e se pensate che sia un argomento noioso, sapete meno di Jon Snow;

The Tomb of the Pontifex Dvorn di Robert Silverberg conferma il meraviglioso talento di questo scrittore; un’altra storia di passioni accademiche si trasforma nella cronaca di un sogno d’infanzia realizzato;

A Small Price to Pay for Birdsong di K.J. Parker è il racconto più bello di tutta la raccolta: una storia di musica, passione, talento e degli abissi dell’animo umano;

The Truth of Fact, the Truth of Feeling di Ted Chiang è una profonda, affascinante riflessione sulla verità e la menzogna; la verità e la menzogna dei ricordi individuali, la verità e la menzogna delle parole, orali o scritte. E il fatto che, forse, non esiste una sola, univoca verità.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

Maria Antonietta. Il diario segreto di una regina

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Benjamin Lacombe

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Teschi, uccelli, rose insanguinate adornano le acconciature di una regina incantevole, presagio della ghigliottina che la attende.

Spine invadono le sale di Versailles, ignorate dalla  Corte e da chi la presiede, come sono stati ignorati i segnali della Rivoluzione che si preparava.

E intrecciate alle suggestive, ricchissime, morbose illustrazioni di Benjamin Lacombe (che, per citare una mia amica, “sta male, ma noi lo amiamo per questo!” XD) documenti originali dell’epoca e pagine fittizie del diario di Maria Antonietta, che ricostruiscono la storia di una ragazzina assolutamente comune condannata alla nascita a un destino straordinario – priva della capacità di regnare, impossibilitata a sopravvivere in un’epoca di tumulti come il Settecento francese, in cui ci sarebbe voluta ben altro che una farfalla come lei per evitare il disastro.

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Un capolavoro di ricostruzione storica, di ricchezza visiva, e di compassione nei confronti di una vita che, comunque, è stata piena di dolore.

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Mightier than the sword

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K. J. Parker

Un’imperatrice dalla volontà di ferro; un’imperatore morente; prede di barbari che attaccano i monasteri dell’Impero, radendoli al suolo.

Un nipote nell’esercito, che come legato ha il dovere di porre fine a questa faccenda.

O almeno così lo informa la zia imperatrice, prima di spedirlo a nord.

Inizia così un pellegrinaggio fra i monasteri, un rosario di incontri con amici perduti e parenti impresentabili, con un contorno di una storia d’amore inopportuna, un tradimento, una ribellione e l’ascesa di un nuovo imperatore.

Il tutto racchiuso in un prezioso manoscritto, che in poche pagine rivela nuovamente il talento e l’ironia di K. J. Parker, distillando in una deliziosa novella quelli che avrebbero potuto essere due o tre romanzi.

Adorabile.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

Ragione & sentimento

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Stefania Bertola

Io Stefania Bertola la venderei in pillole, dispensandola al bisogno contro tristezza di varia natura.

Se poi alle surreali vicende, scombinate protagoniste e stile curato ed esilarante si aggiunge il fatto che riscrive Ragione e sentimento di Jane Austen, dando il via a un appagante gioco di specchi e rimandi per chi conosce la fonte d’ispirazione – che viene magnificamente rispettata, pur nell’attualizzazione di ambientazione e vicende, sopratutto nella resa impeccabile dei personaggi, principali e secondari.

E rimane il fatto che la Bertola scrive, per quanto con ironia e una punta di surrealtà, di relazioni credibili nella loro difficile, scombinata, fallata esistenza.

Consigliatissimo a tutti e a tutte, anche se una lettura (o l’ascolto, nelle versione letta dalla bravissima  Paola Cortellesi) del romanzo originale può solo aggiungere divertimento a questo puo divertimento letterario. ^^

(Oh, e se solo Stefania Bertola prendesse sotto la sua diabolica ala Jane Eyre! <3)

Vietato leggere all’Inferno

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Roberto Gerilli

Mi sono sempre considerata una personcina moderata e generalmente rispettosa delle leggi (con la dovuta eccezione dei limiti di velocità, che vivo più come garbati suggerimenti che come obblighi  legali – lo so, questo è male, molto male, ma nessuno è perfetto), con poche e legali dipendenze: dolci, gatti e parole. Parole in ogni forma.

Roberto Gerilli crea un mondo in cui non solo sarei una tossicodipendente della peggior specie (o meglio, lo sono – in fondo, tengo da nove anni un blog letterario – e non crederete davvero che recensisce tutto quello che leggo, VERO?), ma in cui verrei vista dalla società come tale, e con quel misto di disprezzo e compassione che si riserva oggi agli eroinomani.

E in cui la Legge mi riserverebbe tutte le sue sgradite attenzioni, sopratutto se -putacaso – mi pungesse vaghezza di fondare un’illegalissima casa editrice, e spacciare proibitissimi volumi a poveri derelitti miei pari. Guadagnando dei bei soldoni.

Citazioni e ironia, un tocco di grottesco, un’idea inquietante e brillante insieme sono gli ingredienti che si miscelano in un romanzo non perfetto, ma profondamente divertente, e raccomandatissimo a tutti i lttori.

E siccome Gerilli è un delinquente di professione, e completamente senza scrupoli, offre la dose gratis – per favorire il cadere o il riaccendersi della dipendenza. 😉

La lunga marcia

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Richard Bachman (AKA Stephen King)

Partecipare alla Marcia è un privilegio.

Oggi anno migliaia di ragazzi si sottopongono alle prove fisiche e psicologiche necessarie per la selezione.

Ogni anno cento di loro vengono chiamati a marciare sotto gli occhi della nazione, senza pause, senza un traguardo, finché l’ultimo in piedi non viene acclamato come eroe e riceve qualsiasi cosa desideri.

Ogni anno novantanove ragazzi vengono congedati con un proiettile se si fermano, se cadono, se rallentano oltre un certo limite.

Ogni anno la progressiva devastazione della marcia, il dolore di muscoli e tendini che lentamente cedono, l’assistere ai congedi di compagni con cui sei entrato in contatto e hai magari stretto amicizia portano al limite, chilometro dopo chilometro: e la Marcia si trasforma in una trascendentale riflessione sulla vita e sul desiderio di morte.

Un romanzo concentrato su dialoghi e sensazioni fisiche, in cui il protagonista Garraty e i ragazzi da cui è circondato bucano la pagina a ogni passo, a ogni metro percorso; in cui la fatica, l’orrore, la follia, l’inutilità della Marcia ti inondano come se camminassi con loro, con l’unico traguardo che è la sopravvivenza – sopravvivere a tutti, anche a chi hai iniziato a stimare.

Io non amo Stephen King, ma questo romanzo mi ha tenuta incollata alla pagina, opprimendomi senza pietà; e facendomi riflettere sulla Marcia, sulla folla, sulla morte.

CineMAH – Il buio in sala

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Leo Ortolani

Per citare la prefazione di Doc Manhattan, si può andare al cinema tranquilli: se anche il film farà schifo, sappiamo che Leo Ortolani ci regalerà una recensione  fenomenale.

Premessa: io sono una fan di antica (no, non vecchia – proprio antica) data dell’autore di Rat-Man, e adoro il suo blog.

In particolare, si sarà capito, le geniali recensioni che posta ogni tanto, e che siano di blockbuster o altro.

Sarà che mi ci ritrovo, che vi devo dire.

Quindi, più che coccolare la raccolta delle suddette recensioni, centellinandole prima  e rileggendole (con gli stessi isterici attacchi di risa volta dopo volta) non potevo fare – o meglio, posso solo consigliarla di cuore agli amanti del cinema (e del cinemah!).

A girl walks into a book

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Miranda K. Pennington

Questo è il mio anno brontiano.

Per quanto abbia sempre amato il lavoro delle tre sorelle (…vabbè, di due su tre, Emily tocca tenerla nel pacchetto…) in un certo senso ho sempre avuto un senso di isolamento nella mia passione, e a volte l’impressione di leggere in maniera inusuale i loro romanzi: altrimenti perché mai ritenevo Anne – la misconosciuta, ignorata, trascurata Anne – la più innovativa e coraggiosa delle tre, pur restando fedele al mio amore per Jane Eyre?

E riguardo a Jane Eyre stessa, solo io vedevo e ammiravo l’ironia, il coraggio, l’indipendenza di pensiero di un personaggio che di solito viene rappresentato in trasposizioni in altri media e retelling come una povera, piccola governante priva di senso dell’umorismo e afflitta da eccessivi moralismi (quello che invece io leggo come dolente rispetto per sé stessa)?

L’incontro con Samantha Ellis prima (il suo Take courage sulla  vita e l’opera di Anne è insieme interessante e commovente) e quindi quello con Miranda Pennington mi hanno fatto sentire meno incompresa, e insieme a un sostegno alla mia lettura e interpretazione della personalità e delle opere delle tre sorelle entrambe mi hanno aperto due porte: una verso dettagli della loro vita e opera che non conoscevo, e che ho trovato affascinanti (anche se non sempre sono stata d’accordo con la lettura delle autrici); l’altra sulla loro vita e maturazione personale, vista attraverso e grazie ai romanzi di Charlotte, Emily e Anne.

Sopratutto A girl walks into a book è infatti un’opera di critica letteraria, ma anche un memoir intimo e ironico di come l’autrice abbia spesso trovato conforto o guida nella sua complicata, spesso dolente esistenza di ragazza “fuori posto”, dalla sessualità complessa e dalla scarsa sicurezza di sé grazie ai personaggi e alle esperienze nati ad Haworth.

E sarà perché anch’io ho spesso cercato rifugio nei libri (nonostante una solida rete di amici strani almeno quanto  me :P) che ho sentito qualcosa risuonare – non fosse altro che l’irritazione per l’autrice, e certi suoi atteggiamenti. XD

E’ un anno brontiano: questi due saggi, altri che mi aspettano, e alcune bellissime trasposizioni come To walk invisible mi hanno avvicinato ancora di più al loro mondo, senza togliere niente del fascino sempre nuovo che i loro romanzi esercitano su di me, a ogni nuova lettura (Cime tempestose no, continuo a odiarlo – e nemmeno tanto cordialmente).

Un libro da leggere sia che si sia interessati alle tre sorelle di Haworth, sia che si senta la necessità di sentire la voce di una persona che ha sempre vissuto la sua diversità come emarginazione: invece che uno dei tanti romanzi più o meno buoni che sfruttano questi temi, tanto vale leggere un’esperienza reale, ben scritta, e sostenuta dal giusto tocco di ironia. ^^

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

Mr. Rochester

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Sarah Shoemaker

Credo che se avessi chiamato il blog “Jane Eyre è il mio romanzo preferito!”  la cosa non potrebbe essere più nota, come credo di aver palesato più e più volte la mia diffidenza – generalmente ben ripagata… – verso i vari derivati e retelling che ogni tanto fanno capolino, fra cui annovero il romanzo più brutto mai letto, l’abominevole Charlotte di D. M. Thomas  >.<.

Generalmente, ma non sempre; e ogni tanto la mia compulsione a prendere in mano suddetti retelling mi ricambia con qualcosa di assolutamente delizioso (Il caso Jane Eyre di Jasper Fforde) o con un inaspettato, ottimo romanzo storico.

Da qui in poi attento, lettore mio, perché lo spoiler è in agguato.

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Mr. Rochester non è solo un retelling di Jane Eyre visto dalla parte di Rochester: come Jane racconta la sua storia partendo dall’infanzia, così fa Edward, ricostruendo il freddo, distante rapporto con padre e fratello e i lunghi anni di formazione, intrapresi senza sapere perché e monitorati a distanza dal genitore.

E’ un Edward Rochester costantemente afflitto dalla solitudine quello che vediamo: raggelato nei rapporti familiari, ansioso di compiacere il padre, costantemente deluso nella richiesta di affetto, lega con i suoi maestri e trova degli amici, per vedere la malattia e la morte portarli costantemente via.

E’ anche un Edward Rochester ingenuo e fiducioso quello che si vede, corrotto lentamente dalla solitudine e dal tradimento di chi avrebbe dovuto averlo a cuore, fino ad avvicinarsi, dopo il ritorno dalla Giamaica, all’uomo cinico, manipolatore, disilluso del romanzo originale.

Ma mentre il romanzo funziona in maniera impeccabile fino al ritorno in Inghilterra – eccellente la ricostruzione storica sia della vita afosa e languida nel Caraibi come di quella nella grigia realtà dell’Inghilterra industriale come quella delle spensierate avventure capestri di tre ragazzi mandati da un istitutore molto particolare  – è proprio dal ritorno a Thornfield in poi che la caratterizzazione di Rochester inizia a traballare: l’autrice cerca insieme di seguire il personaggi tratteggiato da Charlotte Bronte e insieme dare un ritratto di Edward che ne scusi i comportamenti prevaricatori e manipolativi del romanzo originale.

A mio parere, non funziona, come non funziona la descrizione della passione di Edward per Jane: sembra nascere pressoché dal nulla, e nell’omettere buona parte dei dialoghi originali viene a mancare il tocco di sfida che la giovane istitutrice ha sempre avuto nei confronti del padrone. Viene raccontato, ma non mostrato, perdendo efficacia e credibilità.

Inoltre, devo ancora capire che necessità ci fosse di introdurre Gerald, l’improbabile figlio illegittimo di Bertha e possibile erede di Thornfield Hall: un tocco da feuilleton che niente aggiunge e qualcosa toglie alla credibilità e scorrevolezza di un romanzo che comunque vanta un’ottima scrittura, personaggi solidi e un’eccellente ricostruzione storica.

Peccato, appunto, per questi dettagli.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^