Archivi categoria: YA friendly

Sweet bean paste

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Durian Sukegawa

 

Sentaro si sente un fallito.

Ha rinunciato al suo sogno di diventare uno scrittore, e dopo un periodo in carcere lavora di malavoglia in un baracchino di doriyaki, dolci giapponesi farciti di crema di fagioli rossi. Preferirebbe decisamente lavorare in un bar, data la sua passione per gli alcolici, ma ha un debito da pagare – e la dignità di volerlo saldare.

l’incontro con Tokue, anziana sorridente dalle dita contorte e dal meraviglioso talento per la pasticceria, cambia le carte in tavola per lui e per Wakana, adolescente in cerca di conforto che frequenta il baracchino.

Perché attraverso la scoperta del passato di Tokue i più giovani scoprono anche il coraggio di cambiare, e cercare la propria via, senza lasciarsi influenzare da ciò che è stato.

delicato romanzo sulle seconde possibilità, mette in scena tre generazioni apparentemente sconfitte dalla vita, che nel succedersi delle stagioni prendono in mano il loro destino, riconoscendo il valore di ogni vita, ogni esperienza, ogni attimo.

Da questo bel romanzo è stato tratto un film altrettanto suggestivo, Le ricette della signora Toku: non consiglio l’uno o l’altro, ma solo di goderseli entrambi. 🙂

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

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Red Team vol. 2: Double tap, centre mass

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Garth Ennis & Craig Cermak

L’amato Maritozzo, da decenni esploratore della migliore produzione fumettistica americana, legge e recensisce il secondo volume di Red team. ^^

Take a few, selected, highly-trained, well-intentioned people. Assign the responsibility to protect the sheep and to hunt down the wolves. We are talking about super-heroes, don’t we? Or, since we story involves cops and drug dealers, we are talking about heroes, don’t we?

No. We are talking about men and women. And men and women sometimes fail.

Once there was Red Team: for people put in charge with dealing with the worst-of-the-worst among criminals. They did their job. And they gave themselves a mission, and went over the edge. Because justice requires rules, like it or not.

Now only two of Red Team members remain, a man and a women, now workings as ordinary cops. But let Fate drop into their hands the lead to another big drug operation and another villain who must be stopped to make the world a better place… what then? I won’t spoil you any surprise, but let me say this: the greatness of Ennis is to let his characters make their own minds, and their own mistakes, in the light of past lessons and in the shadows of their own weaknesses. And since we are talking about people and not guys flying around in spandex, our cops have families and relationships and sometimes they develop feelings which can jeopardize what little peace they can find at home.

Another central theme is death in the line of duty. The event is not played out as Shakesperian drama, neither with the callousness of certain procedurals in which bodies are just the fuel to drag on the show. Ennis’s characters fear for their own life just as any ordinary human being would. Their job – a demanding, never-ending one – has gifted them with the ability to immediately and precisely weight the danger level of any situation: and more than a few times, they know that nothing can save them. There are those gifted with the braveness to go on their way despite of this, and those who have traced the line never to be stepped over. What they all have in common is the knowledge that death is not glorious, it just sucks and it is ultimately inevitable.

I have been following Ennis’s work through the years since his run on Hellblazer. I am familial both with his <<as crazy as I can be>> stories and with his <<as grim as I can be>> stories. Through the years he managed to write about a Preacher on a quest to literally meet God and he showed he could re-invent the Punisher after decades of stale continuity.

I noticed an evolution in his writing and how he depicts his characters. It looks to me that Mr Ennis is more and more bored by the exceptional and the uncanny and attracted to what all human beings – as unique as we would like to be – share in common.

Is it grim? Is it funny? One way or the other, Ennis we will find a way to make it into a good story.

Ringrazio l’editore per avermi/gli/ci concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. 😉

Seta

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Alessandro Baricco & Rébecca Dautremer

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Non sono una fan di Alessandro Baricco: lo trovo colorato, ma vuoto e leggero come un palloncino che voli via: e lascia lo stesso segno – nullo.

Ma la meraviglia delle illustrazioni di Rébecca Dautremer – un romanzo a parte, parallelo, ricchissimo – serve bene questa fiaba orientaleggiante, le dà colore e consistenza,ne traccia e definisce i passi, rendendola memorabile.

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The best of Subterranean

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Io diffido delle antologie multiautore: di solito si trova un misto di pezzi buoni e di pezzi disastrosi, vaganti in un brodo di racconti neutri, privi di sapore riconoscibile.

Perché allora richiedere – e affrontare – 758 pagine e trenta racconti?

Perché alcuni degli autori mi attraggono come il Nord attrae l’ago della bussola.

Io leggo K. J. Parker, e John Scalzi, e Catherynne Valente (anche se con le riserve che sono state confermate da questa lettura) e non capisco più nulla.

E perché la curiosità di scoprire nuove voci è sempre forte – e, in questo caso, premiata. ^^

La mia previsione si è rivelata sbagliata: alcuni racconti incolori, alcuni – pochi – da occhi al cielo, ma una percentuale davvero alta di gemme di rara bellezza, quasi tutte disponibili gratuitamente in Rete. Che, quindi, segnalo. ^^

The last log of the Lachrymosa di Alastair Reynolds è il raccont, dalle tinte nemmeno tanto vagamente horror, di una missione su un pianeta alieno – una missione che va decisamente, decisamente male;

The seventeenth kind di Michael Marshall Smith è il rutilante resoconto di una vendita televisiva dai risvolti – e dai contatti col “pubblico” – decisamente imprevisti;

lo spegnersi della razza umana è raccontato nello stupendo Dispersed by the Sun, Melting in the Wind by Rachel Swirsky;

un automa, un bambino e un geniale inventore affetto da demenza sono i protagonisti dello steampunk Tanglefoot di Cherie Priest, che nasconde una delicata rappresentazione della malattia;

Hide and Horns è la città in cui arriva il riluttante eroe western di Joe Lansdale, protagonista di un’avventura ai confini dell’horror, ma con un tocco di surreale umorismo;

Younger women di Karen Joy Fowler racconta il rapporto contrastato tra una madre e una figlia adolescente, e come il vampiro di turno, da vero parassita, riesca a sfruttarne le crepe;

Last breath di Joe Hill porta il lettore in visita a un museo molto speciale – che non tutti apprezzano, purtroppo;

White Lines on a Green Field di Catherynne M. Valente conferma il mio giudizio – e i miei dubbi – sull’autrice: il talento per una scrittura evocativa, l’abilità nel rimaneggiare miti e leggende di ogni parte del mondo, e il sospetto che usi questi suoi talenti per impacchettare splendidamente quelle che sono scatole vuote. Rimane un racconto straniante e interessante;

The Least of the Deathly Arts di Kat Howard è un’inusuale storia d’amore e poesia, fra la Morte e la giovane studiosa che si è dedicata anima e corpo al suo studio;

Water Can’t be Nervous di Jonathan Carroll è un’altra inusuale storia, ma di un amore (più amori, nei secoli) che finiscono, perché l’eternità porta inevitabilmente noia; e di come un dio faccia ammenda della sua incostanza con le sue amanti, realizzando un sogno:

The Crane Method di Ian R. MacLeod ci porta nella pericolosa giungla della vita accademica degli studiosi di storia medievale inglese – e se pensate che sia un argomento noioso, sapete meno di Jon Snow;

The Tomb of the Pontifex Dvorn di Robert Silverberg conferma il meraviglioso talento di questo scrittore; un’altra storia di passioni accademiche si trasforma nella cronaca di un sogno d’infanzia realizzato;

A Small Price to Pay for Birdsong di K.J. Parker è il racconto più bello di tutta la raccolta: una storia di musica, passione, talento e degli abissi dell’animo umano;

The Truth of Fact, the Truth of Feeling di Ted Chiang è una profonda, affascinante riflessione sulla verità e la menzogna; la verità e la menzogna dei ricordi individuali, la verità e la menzogna delle parole, orali o scritte. E il fatto che, forse, non esiste una sola, univoca verità.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

Maria Antonietta. Il diario segreto di una regina

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Benjamin Lacombe

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Teschi, uccelli, rose insanguinate adornano le acconciature di una regina incantevole, presagio della ghigliottina che la attende.

Spine invadono le sale di Versailles, ignorate dalla  Corte e da chi la presiede, come sono stati ignorati i segnali della Rivoluzione che si preparava.

E intrecciate alle suggestive, ricchissime, morbose illustrazioni di Benjamin Lacombe (che, per citare una mia amica, “sta male, ma noi lo amiamo per questo!” XD) documenti originali dell’epoca e pagine fittizie del diario di Maria Antonietta, che ricostruiscono la storia di una ragazzina assolutamente comune condannata alla nascita a un destino straordinario – priva della capacità di regnare, impossibilitata a sopravvivere in un’epoca di tumulti come il Settecento francese, in cui ci sarebbe voluta ben altro che una farfalla come lei per evitare il disastro.

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Un capolavoro di ricostruzione storica, di ricchezza visiva, e di compassione nei confronti di una vita che, comunque, è stata piena di dolore.

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Mightier than the sword

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K. J. Parker

Un’imperatrice dalla volontà di ferro; un’imperatore morente; prede di barbari che attaccano i monasteri dell’Impero, radendoli al suolo.

Un nipote nell’esercito, che come legato ha il dovere di porre fine a questa faccenda.

O almeno così lo informa la zia imperatrice, prima di spedirlo a nord.

Inizia così un pellegrinaggio fra i monasteri, un rosario di incontri con amici perduti e parenti impresentabili, con un contorno di una storia d’amore inopportuna, un tradimento, una ribellione e l’ascesa di un nuovo imperatore.

Il tutto racchiuso in un prezioso manoscritto, che in poche pagine rivela nuovamente il talento e l’ironia di K. J. Parker, distillando in una deliziosa novella quelli che avrebbero potuto essere due o tre romanzi.

Adorabile.

Ringrazio l’editore per avermi concesso la copia necessaria alla stesura di questa recensione. ^^

Ragione & sentimento

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Stefania Bertola

Io Stefania Bertola la venderei in pillole, dispensandola al bisogno contro tristezza di varia natura.

Se poi alle surreali vicende, scombinate protagoniste e stile curato ed esilarante si aggiunge il fatto che riscrive Ragione e sentimento di Jane Austen, dando il via a un appagante gioco di specchi e rimandi per chi conosce la fonte d’ispirazione – che viene magnificamente rispettata, pur nell’attualizzazione di ambientazione e vicende, sopratutto nella resa impeccabile dei personaggi, principali e secondari.

E rimane il fatto che la Bertola scrive, per quanto con ironia e una punta di surrealtà, di relazioni credibili nella loro difficile, scombinata, fallata esistenza.

Consigliatissimo a tutti e a tutte, anche se una lettura (o l’ascolto, nelle versione letta dalla bravissima  Paola Cortellesi) del romanzo originale può solo aggiungere divertimento a questo puo divertimento letterario. ^^

(Oh, e se solo Stefania Bertola prendesse sotto la sua diabolica ala Jane Eyre! <3)

Vietato leggere all’Inferno

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Roberto Gerilli

Mi sono sempre considerata una personcina moderata e generalmente rispettosa delle leggi (con la dovuta eccezione dei limiti di velocità, che vivo più come garbati suggerimenti che come obblighi  legali – lo so, questo è male, molto male, ma nessuno è perfetto), con poche e legali dipendenze: dolci, gatti e parole. Parole in ogni forma.

Roberto Gerilli crea un mondo in cui non solo sarei una tossicodipendente della peggior specie (o meglio, lo sono – in fondo, tengo da nove anni un blog letterario – e non crederete davvero che recensisce tutto quello che leggo, VERO?), ma in cui verrei vista dalla società come tale, e con quel misto di disprezzo e compassione che si riserva oggi agli eroinomani.

E in cui la Legge mi riserverebbe tutte le sue sgradite attenzioni, sopratutto se -putacaso – mi pungesse vaghezza di fondare un’illegalissima casa editrice, e spacciare proibitissimi volumi a poveri derelitti miei pari. Guadagnando dei bei soldoni.

Citazioni e ironia, un tocco di grottesco, un’idea inquietante e brillante insieme sono gli ingredienti che si miscelano in un romanzo non perfetto, ma profondamente divertente, e raccomandatissimo a tutti i lttori.

E siccome Gerilli è un delinquente di professione, e completamente senza scrupoli, offre la dose gratis – per favorire il cadere o il riaccendersi della dipendenza. 😉

La lunga marcia

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Richard Bachman (AKA Stephen King)

Partecipare alla Marcia è un privilegio.

Oggi anno migliaia di ragazzi si sottopongono alle prove fisiche e psicologiche necessarie per la selezione.

Ogni anno cento di loro vengono chiamati a marciare sotto gli occhi della nazione, senza pause, senza un traguardo, finché l’ultimo in piedi non viene acclamato come eroe e riceve qualsiasi cosa desideri.

Ogni anno novantanove ragazzi vengono congedati con un proiettile se si fermano, se cadono, se rallentano oltre un certo limite.

Ogni anno la progressiva devastazione della marcia, il dolore di muscoli e tendini che lentamente cedono, l’assistere ai congedi di compagni con cui sei entrato in contatto e hai magari stretto amicizia portano al limite, chilometro dopo chilometro: e la Marcia si trasforma in una trascendentale riflessione sulla vita e sul desiderio di morte.

Un romanzo concentrato su dialoghi e sensazioni fisiche, in cui il protagonista Garraty e i ragazzi da cui è circondato bucano la pagina a ogni passo, a ogni metro percorso; in cui la fatica, l’orrore, la follia, l’inutilità della Marcia ti inondano come se camminassi con loro, con l’unico traguardo che è la sopravvivenza – sopravvivere a tutti, anche a chi hai iniziato a stimare.

Io non amo Stephen King, ma questo romanzo mi ha tenuta incollata alla pagina, opprimendomi senza pietà; e facendomi riflettere sulla Marcia, sulla folla, sulla morte.

CineMAH – Il buio in sala

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Leo Ortolani

Per citare la prefazione di Doc Manhattan, si può andare al cinema tranquilli: se anche il film farà schifo, sappiamo che Leo Ortolani ci regalerà una recensione  fenomenale.

Premessa: io sono una fan di antica (no, non vecchia – proprio antica) data dell’autore di Rat-Man, e adoro il suo blog.

In particolare, si sarà capito, le geniali recensioni che posta ogni tanto, e che siano di blockbuster o altro.

Sarà che mi ci ritrovo, che vi devo dire.

Quindi, più che coccolare la raccolta delle suddette recensioni, centellinandole prima  e rileggendole (con gli stessi isterici attacchi di risa volta dopo volta) non potevo fare – o meglio, posso solo consigliarla di cuore agli amanti del cinema (e del cinemah!).